«Vedrete,
vedrete. Anche papa Francesco sarà costretto, a breve, a rigare dritto».
L’anziano monsignore non sa che, a pochi passi da lui, c’è un giornalista che
ascolta indisturbato il colloquio con due fedeli usciti (e un po’ sbigottiti)
appena da una messa. Lui è il vicario di una diocesi del nord Italia e c’è da
sospettare che anche il suo vescovo la pensi allo stesso modo.
Confesso
che ho passato una notte a pensarci su. Dentro quelle parole così acide e,
direi, fuori tempo di un oscuro monsignore di provincia che invece di pensare
al Paradiso imminente trova la forza di dire commenti così poco evangelici, ho
ritrovato radici mai assopite di un clericalismo vestito degli abiti del potere
e della gloria, incapace di annunciare la buona notizia.
Francesco,
il vescovo Francesco, ha smosso la pietra secolare di un temporalismo papale
costruito sull’estetica della gloria (terrena) e sull’ermeneutica della
potenza. E ora, appena un mese dalla sua elezione, già si vedono i primi
sbiaditi (ma importanti) passi verso i “distinguo”, i “vediamo”. Nel web i
critici si fanno sentire, ma è nel passa parola quotidiano, nelle messe della
domenica, durante le riunioni pastorali, nelle omelie un po’ “impacchettate” che
i seguaci del “papa re” e preti un po’ timorosi fanno passare l’idea che il
papa cambierà. Perché, cari fedeli di tutto il mondo, voi non lo sapevate:
questo papa è un conservatore.
Questo
il quadro. Un po’ triste. Ma abbastanza chiaro da far pensare che il laicato
italiano, qualche volta un po’ assente per ragioni di corte nell’applicazione
del Concilio Vaticano II, in realtà nulla ha da rimproverarsi rispetto al
peccato di omertà e di superbia dei colleghi presbiteri. È giusto non
generalizzare. Conosciamo pastori appassionati ed entusiasti del lieto
annuncio, a rischio talvolta del martirio o della solitudine sociale. Lo
sappiamo e lo riconosciamo. Ma in questi anni di sostanziale allontanamento
dalla profezia del Concilio Vaticano II la casta di monsignori e affini ha dato
del suo.
C’è
una terribile paura nei loro animi: che la rivoluzione della tenerezza di
Francesco infanghi una posizione sociale di privilegio costruita in millenni in
favore dell’accoglienza dell’alterità dove la mitezza e la sobrietà diventano
virtù teologali perché vive, incarnate nel verbo.
Dopo
una notte a pensarci su, mi è venuto in mente però che è ora di fare chiarezza anche
con questi nostri fratelli. C’è bisogno di trasparenza. E allora tutti quelli
ai quali non sta bene questo papa e questo pontificato vengano fuori, si
facciano vedere. Non si rintanino nelle sagrestie in attesa dei consigli, spesso
sbagliati, dei loro commilitoni. A tutti gli altri invece il compito di far
capire che ci vorrebbe più entusiasmo. E più fiducia. Che il vangelo non è una battaglia
tra buoni e cattivi, bensì un annuncio felice di una nuova speranza.
E il
mio monsignore, che si rilassi. Per adesso, misericordia. Ma la prossima volta,
in senso evangelico, farò il suo nome. Non si sa mai che ritratti, nel giro di
un quarto d’ora, le sue inossidabili convinzioni.
"Conosciamo pastori appassionati ed entusiasti del lieto annuncio, a rischio talvolta del martirio o della solitudine sociale. Lo sappiamo e lo riconosciamo. Ma in questi anni di sostanziale allontanamento dalla profezia del Concilio Vaticano II la casta di monsignori e affini ha dato del suo."
RispondiEliminae proprio questo il problema, non c'è più il lieto annuncio all'interno della chiesa. e siccome Francesco è lieto nella sua annunciazione, fa paura a molti...
Rosita Bertuccioli