Ieri,
diciotto aprile, ho compiuto quarantasette anni. Direte: e a noi cosa importa?
Giustissimo. Se aggiungo questo post “personalissimo” nell’era della rete
globale e dei sentimenti messi in pubblica piazza (cosa che non condivido, come
sanno i miei lettori), è perché la giornata di ieri mi ha intrigato molto.
Cominciando
dall’inizio. Tre bellissime donne mi hanno ricordato che era il mio giorno,
subito, e in modi diversi. Mia moglie con un bacio a mezzanotte, mentre io,
stravolto dalla fatica, suppongo dormissi. Una collega incrociata appena ho
messo piede sul luogo di lavoro e un’amica al telefono mi hanno semplicemente
detto “auguri”. Vi sembra poco? Tre colpi niente male, per le ore nove del
mattino. Ma mi è bastato accendere il pc per accorgermi di ciò che mi sarebbe
capitato.
Senza
farla per le lunghe. Nella giornata di ieri ho conseguito 33 messaggi personali
via facebook, 2 mail, 6 sms, 7 auguri dal vivo e 5 telefonate. A parte i
parenti stretti, che, con il passare degli anni diventano sempre più “stretti”
e si contano in poche unità, direi che attraverso facebook mi hanno scritto 8
persone che non conosco personalmente (ma che siamo “amici” virtuali attraverso
la rete), ben 16 che non vedo da parecchio, e solo 5 che abitano nel mio
quartiere. Andando ancora a restringere l’indagine mi hanno scritto 3 preti, un
polacco, un messicano e un innamorato di Santiago, ma non il mio parroco, solo
due colleghi musicisti, così come mi hanno dato dal vivo gli auguri due
colleghi giornalisti (a cui, naturalmente, ho offerto immediata colazione).
Polemicamente dovrei aggiungere che mancano all’appello i miei due testimoni di
nozze, chi incrocia con me regolarmente penna e suono, e tanti altri della
porta accanto (…non si è mai profeti in patria). Questi i numeri. Ma qui mi fermo,
anche perché ieri un amico più “anziano” di me mi ha detto, senza mezzi
termini, al telefono, che i “prossimi vent’anni saranno i migliori”.
Forse
ha ragione lui. Nel frattempo, però, innamorato come sono della categoria
teologico-biblica del “già e non ancora” (categoria tra le più laicissime che
io conosca), ho l’impressione che i miei giorni passati si stiano riempiendo di
tenera nostalgia per i volti conosciuti
e amati, e i giorni a venire di inaspettato sorriso per quello che conoscerò e
amerò.
Oggi,
diciannove aprile duemiladodici dell’era di facebook, il giorno dopo della mia
memoria vivente e il giorno prima del mio buon futuro possibile, so cosa sono
stato, e so cosa vorrei essere. Lasciandomi però attraversare da questo vento
impetuoso di mille volti e lingue che, oggi, nel nuovo tempo dei cammini dei
popoli e della comunicazione intergenerazionale e globale, si accompagnano alle
nostre vite. Mi sento davvero dentro un enorme suk dove volti, suoni, colori,
mani, pane e parole si divertono a ricostruire segni di speranza. Una sorta di cous cous dell’anima che ha legami con
la terra (il già) e non si nasconde a
un cielo (il non ancora) benevolo e
paziente.
Ieri
ho festeggiato in serata in un’osteria di un paesino vicino Roma. Un cibo
lento, pulito e giusto. Annaffiato da un elegantissimo Nawari, un pinot nero del Duca di Salaparuta.
Ecco,
non so come dirlo, ma a me comincia a piacere incredibilmente il pinot nero.
Che
siano queste le rotte cardinali del mio prossimo viaggio, non lo so. Ma sono
ben disposto.
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